VENDETTA – GIUSTIZIA O SOLITUDINE ?


Il Caso di Vasto

Il 1°Febbraio 2017, verrà ricordato a mio giudizio come un giorno funesto. A Vasto in provincia di Chieti, nell’Abruzzo già colpito duramente dagli ultimi tragici avvenimenti naturali, ed ancora in stretto cordoglio per le vittime dell’ Hotel Rigopiano,  un altra sconvolgente notizia si abbatte sulla città, e sull’intero paese. Un uomo, Fabio Di Lello , ammazza un giovane di 22 anni Italo D’Elisa, con tre colpi di pistola calibro 9. In se potrebbe essere un comune fatto di cronaca nera, ma non è così! Questo caso merita una più approfondita analisi. Per far questo, occorre fare un po’ più di luce sui fatti. La scorsa estate, il giovane Italo alla guida della sua auto, passando con il rosso investì la moglie di Fabio Di Lello, Roberta Smargiassi uccidendola. Il giovane, incriminato per omicidio stradale era stato rilasciato dal Giudice perché era incensurato, e i test sull’alcool e droga hanno prodotto un esito negativo. Nei mesi successivi, tante iniziative popolari chiedevano giustizia per l’accaduto. Fino a ieri… quando Fabio Di Lello il marito della vittima ha raggiunto il giovane davanti ad un bar della città, e dopo averci scambiato poche parole, gli ha sparato tre colpi di pistola, uccidendolo. Dopo l’omicidio, Fabio Di Lello telefona al proprio avvocato che lo seguiva anche nella causa dell’incidente, si reca al cimitero, lascia la pistola sulla tomba della moglie e si costituisce alle forze dell’ordine. Ora, dopo avervi descritto rapidamente il caso, arriviamo alla riflessione vera e propria. Un uomo, pur distrutto dal dolore, arriva ad assassinare il colpevole dell’incidente in cui ha trovato la morte la moglie, per cosa? Quale meccanismo ha fatto scattare la molla che lo ha portato a compierlo? Analizzando la questione, potrebbe essere la mera vendetta. Ma cosa ha scatenato la voglia di vendicarsi? L’avvocato dell’uomo ha dichiarato che il giovane, non ha mai mostrato pentimento, anzi, quando lo incrociava accelerava con la sua moto, quasi a deriderlo. Ora, che un avvocato esprima pubblicamente questa versione a caldo, quasi a giustificare l’omicidio con una provocazione, è di per sé molto grave. Se di vendetta si parla, entrano in gioco forza altre componenti. L’istigazione anche se pur inconscia, creata a dire di qualcuno, da alcuni social che esaltavano l’ennesimo fallimento della certezza della pena. La distruzione della propria vita dovuta alla morte della persona amata, che concentra il tuo pensiero ad una fissazione continua su come farla pagare a chi né è stato la causa. La mancanza di fiducia totale nella giustizia, alimentata dal quasi quotidiano fallimento della stessa dall’esprimere una sentenza definitiva. Io non escluderei la solitudine che vivi nel quotidiano, dove la massima espressione a cui arriva la società è chiedere giustizia a tutti i costi. Ma quale giustizia? La vendetta, potrà mai essere sete di giustizia?  Trasformare in alcuni casi questa sete a volte incontrollata, in cordoglio ed empatia può portare a placare questo senso di impotenza, e di incapacità a superare quel dolore che alimenta  istinti pericolosi? La società e le istituzioni hanno fondamentalmente una colpa in casi come questo? Sono tante secondo me le domande che dovrebbero avere una risposta, per far si che qualcosa cambi davanti al dolore di qualcuno, e che questo non aggiunga altro dolore. Ognuno di Noi, si farà una sua precisa idea, e riflettere su questo caso molto diverso da tanti altri, non potrà che far bene. Io me la sono fatta, ma non la esprimo perché ognuno deve farsi la sua personale, e non condividere per simpatia o altro quella di un altro, qualunque essa sia. Molte saranno uguali ad altre, diverse, a metà, in qualsiasi caso ripeto, vale la pena fermarci un attimo e riflettere.